ASSOCIAZIONE SPORTIVA DILETTANTISTICA di:
Verderio (LC) - Merate (LC) - Concorezzo (MB)

Intervista al M. Colombo

Il maestro Severino Colombo è il fondatore ed il caposcuola della Shotokan Ryu. Nato il 2 luglio 1947, vive a Verderio Superiore (LC). La sua passione per il karate non conosce limiti né pause. Inizia la pratica nel 1972 diventando cintura nera dopo soli due anni. Insegnante dal 1974, è divenuto maestro nel 1978. I suoi agonisti hanno ottenuto risultati di prestigio: titoli mondiali, europei e nazionali individuali e a squadre. Sotto la sua guida si sono formati numerosi tra istruttori e maestri. Nel 2012 è stato insignito dalla FIKTA (Federazione Italiana Karate Tradizionale e Affini) del grado di 7° dan; attualmente ricopre la carica di consigliere Federale . La sua conoscenza del karate traspare dall’intervista che segue ma si esprime ancor meglio nel corso degli allenamenti: infaticabile nell’eseguire e nello spiegare, ha sempre avuto nel combattimento il suo punto di forza.

Ci ha concesso quest’intervista il 12 giugno 1999 ospitandoci, una volta di più, nella sua casa.

Perché ha iniziato a praticare karate e con chi?
Sarà successo qualcosa di simile anche a qualcuno di voi: ad un certo momento si scopre che il karate esiste e molte cose cambiano. Alle tre di un pomeriggio di molti anni fa il mio amico Gianni Guizzetti disse che lui praticava karate a Milano, al CSKS (Centro Studi Karate Shotokan), dal maestro Shirai. Per me è stato come se qualcuno avesse acceso una lampadina, forse perché avevo già in testa un’idea del genere: alle sette di sera tornai a casa e con Piera (Piera Motta, istruttrice, c.n. 4° dan, moglie del maestro Colombo) andammo ad iscriverci alla palestra più vicina, a Sesto San Giovanni, dal maestro Infiume. Per due anni abbiamo fatto karate sette giorni su sette, poi abbiamo perso una settimana perché ci siamo sposati. Da allora non abbiamo più smesso.

Come è avvenuto il primo incontro col maestro Hiroshi Shirai?
Incontrai il maestro Shirai ad uno stage. Facevamo karate dal maestro Infiume quattro volte la settimana con grande passione, poi gli altri tre giorni ci trovavamo a ripetere quello che avevamo imparato: se in palestra si studiava shuto-uke (parata a mano aperta) a casa lo ripetevamo per due o tre ore. Un giorno Guizzetti mi disse che si era iscritto ad uno stage. Gli chiesi cosa fosse, mi rispose che era un allenamento preparatorio al passaggio dei gradi e che si sarebbe svolto a Milano, nella palestra del maestro Shirai.
Gli stage allora duravano cinque giorni, dalle sei alle sette e mezzo del mattino e dalle cinque alle sei e mezzo di sera. Piera prendeva le ferie e assieme facevamo avanti e indietro tra casa e palestra. Ci presentammo agli esami di cintura marrone 1° kyu e in commissione c’erano i maestri Shirai, Kase, Sumi e Miura. Finita la mia prova il maestro Shirai, dopo avere parlato con il maestro Kase, mi chiese da quanto tempo facessi karate. Risposi che era da un anno e otto mesi e lui mi disse che venti mesi erano pochi per prendere la cintura nera ma mi diede otto nelle fondamentali, otto nel combattimento e dieci nel kata (forma). Un punteggio di ventisei all’esame era una cosa eccezionale. Questo fu il mio primo incontro con il maestro Shirai ed anche se io non potevo saper bene chi fosse, dentro di me percepivo che era un grande maestro.

Come è cambiata la pratica dai suoi inizi a oggi?
A quei tempi il karate si praticava solo come arte marziale: chi lo faceva doveva essere non solo forte, ma il più forte, infaticabile e senza paura.
Bambini e donne erano una rarità e comunque chi non fosse stato più che motivato, massimo due mesi e poi smetteva. Era un karate molto duro. Cadere durante un combattimento era un disonore. Se si prendeva un pugno si incassava e si taceva. Dal punto di vista tecnico il karate di oggi è uguale a quello del passato mentre è molto migliorato dal punto di vista didattico, sopratutto, è aperto a tutti, con grande beneficio per chiunque.
Certo, la pratica si è un po' ammorbidita, perché, quando si insegna ai dei bambini o a gruppi eterogenei non è più possibile esasperare gli allenamenti come un tempo, ma si predilige insegnare il karate come mezzo per migliorare la crescita dell'individuo. L’attuale interpretazione del karate crea comunque campioni validi perché compiono una migliore evoluzione tecnica. Trovo però criticabile chi, praticando il karate, lo ritenga un’attività sportiva come le altre e creda che, avendo pagato, gli sia tutto dovuto: proprio perché si considera un “cliente” rischia di non sentire quello che gli viene detto, di non capire l’importanza di quello che sta facendo e di usare malamente quanto sta apprendendo. Se poi diventa un agonista bravo penserà magari che il suo maestro abbia bisogno di lui... Tutto questo prima non esisteva.
Nessuno pensava che partecipare ad una gara equivalesse a fare un piacere a qualcuno. Si partecipava per provare la propria forza, il proprio coraggio. Non esisteva la paura di farsi male o di perdere o di fare brutta figura, esisteva invece l’orgoglio di non cadere, di non subire. L’orgoglio di perdere in piedi.
Adesso è diverso ma il maestro riconosce facilmente chi si allena con questo spirito, chi si applica con umiltà e senza nascondersi dietro alle scuse: questa è la strada per migliorare nel karate, per salire quei gradini, per aprire quelle finestre di cui molti parlano ma che pochi vedono perché è difficile arrivarvi quando il karate è fatto solo di parole o di esercizi di ginnastica.

Donne e bambini praticavano?
Come ho già detto, era raro. Ricordo uno dei primi Campionati Italiani femminili, nel 1974: a contendersi il titolo, al Palalido di Milano, erano solo quattro donne. Piera, cintura marrone, Nadia Ferluga ed altre due ragazze. Quali sono state le sue esperienze agonistiche? Da cintura marrone, sotto la guida del maestro Infiume, vinsi alcune gare di kata. Il maestro non era molto didattico ma continuava a farci ripetere, ripetere, ripetere all’infinito, e alla fine vincevamo.
Feci poche gare di combattimento perché nel 1978 diventai maestro e la normativa federale vietava ai maestri di dedicarsi all’agonismo. Ricordo che andai a Mestre una volta, per i Campionati Italiani. Arrivai in finale ma non chiedetemi come avessi fatto. Combattevo; mi dicevano: “Hai vinto” e io continuavo. Per me era questo l’importante. L’ultimo incontro durò moltissimo, con sei spareggi. Alla fine il titolo andò all’altro concorrente. Ricordo anche di essere stato squalificato diverse volte, e a quei tempi si veniva squalificati soltanto se l’altro non poteva più continuare.
Durante il periodo delle gare, non avendo una scuola che mi seguisse o mi informasse, mi iscrivevo da solo e partecipavo per conto mio.
Avevo una grande passione e quando fondai la scuola lo feci anche per aiutare quei ragazzi che avrebbero desiderato gareggiare, perché conoscevo bene le difficoltà che avrebbero dovuto affrontare altrimenti.

Fondamentali, forma e combattimento: cosa sono nel karate?
Le fondamentali (kihon) servono a migliorare il gesto tecnico. Migliorare il gesto tecnico significa arrivare sul bersaglio in minor tempo e con la massima precisione. Massima precisione significa maggiore potenza, minore dispersione di energia: in una parola la perfezione.
I maestri Fugazza e Marchini ne sono l’esempio. Hanno studiato profondamente i kata ed eseguono in modo perfetto, a differenza di altri, che magari sono egualmente efficaci ma esprimono un karate più rude.
Le fondamentali creano razionalità ed automatismo e queste qualità conducono ai livelli superiori. Sono convinto che chi studia bene le fondamentali diventi veramente forte. Questo significa ripetere lo stesso gesto centinaia e migliaia di volte così da non doverlo più pensare quando si dovrà eseguire. A quel punto conterà solo l’intenzione: la differenza, in termini di resa, è enorme.
La forma (kata), inizialmente, viene studiata come una sequenza di fondamentali. Bisogna fare così o non si potrà mai comprendere il livello successivo cioè il combattimento contro avversari immaginari che ad alti livelli verrà vissuto proprio come un vero combattimento.
Il kata crea situazioni diverse, cambi di direzione e spostamenti, per di più ha un percorso ben definito e presenta molte combinazioni di tecniche perciò richiede anche una respirazione adeguata. Mi spiego: si possono correre dieci chilometri senza fatica ed essere sfiatati dopo tre kata, quindi studiare il kata vuol dire anche studiare la respirazione più adatta al combattimento.
Il kata, inoltre, migliora la sensibilità sulla distanza e la strategia: spostarsi o girarsi eseguendo una tecnica comporta difficoltà diverse rispetto all’esecuzione in linea delle fondamentali. Si possono eseguire bene i kata e non combattere con efficacia.
Chi conosce bene i kata, li ha memorizzati e fatti propri, invece, sa anche combattere. Può succedere che maestri e atleti di maggiore esperienza eseguano un kata in modo non perfetto per la gara, ma più vero e realistico di conseguenza il loro combattimento sarà molto più efficace e determinato.
Bisogna comunque notare che nel kata la tecnica è lanciata sempre a vuoto e questo fatto porta a due constatazioni: se il senso della distanza fa del gesto una tecnica che colpisce, di certo chi esegue è un atleta esperto, capace di controllare la pressione dell’impatto. Se la tecnica è trattenuta, le spalle si alzano, le braccia si piegano o si irrigidiscono, invece, si ha di fronte un atleta che deve ancora migliorare: così dall’esecuzione di un kata, anche il più semplice, si può capire il grado di preparazione di un atleta.
Attraverso il kata si giunge al combattimento libero (ju-kumite), che presuppone una certa dose di coraggio e di sopportazione perché può anche capitare di prendere un pugno.
Il combattimento mi è sempre piaciuto: più era duro più era bello. Mi offriva la possibilità di usare le tecniche che avevo studiato e la mia più grande soddisfazione stava nell’eseguire bene le mie tecniche preferite: la spazzata o il calcio circolare. Manuele (Manuele Farina, istruttore, già campione italiano di combattimento, c.n. 5° dan), che è con me da davvero molti anni, ricorda che a Monza si facevano delle lezioni di combattimento incentrate su di una sola tecnica: era un modo per studiare divertendosi.
Mi viene in mente uno spunto per collegare il kata al combattimento: quando sapevo di dovere combattere allenavo Nijushio e Unsu, kata agili e rapidi, perché mi rendevano più veloce. Quando sapevo che avrei avuto allenamenti lunghi preparavo Kankudai, kata di durata estrema.

Quale è stata l’evoluzione storica della sua scuola di karate, la Shotokan Ryu?
Dopo l’inizio con il maestro Infiume, andai all’Euroschool di Bergamo. Vi passai tre o quattro anni, prima con il maestro Shirai poi con i maestri Fugazza e Naito.
Quando divenni cintura nera il maestro Shirai mi chiese di andare ad insegnare a Bergamo. Qualche giorno prima, però, mi avevano proposto di organizzare un corso a Monza.
Per me insegnare voleva dire allenarsi di più: accettai subito. Risposi al maestro Shirai che avevo già una proposta e lui mi permise di insegnare a Monza sotto la direzione tecnica del maestro Fugazza, per il quale provo molta gratitudine. Chiamai ad aiutarmi il mio amico Gianni Guizzetti e così iniziò l’avventura. Due anni dopo diventai istruttore e cominciai a fare gareggiare i primi allievi.
Trascinati dall’entusiasmo organizzammo la prima Coppa Città di Monza, nel 1976; ne seguirono altre nove. Potevano parteciparvi solo le cinture nere: vennero alle gare ed alle manifestazioni quelli che adesso sono grandi atleti. È stato l’inizio del CSKS di Monza. I miei primi collaboratori furono Gianni Guizzetti, Giuseppe Troiano, Bruno Calzaretti e mia moglie Piera. Guizzetti, poi, si spostò a Cinisello e costituì la sua scuola. Giuseppe, dopo una breve esperienza a Monza, andò ad insegnare a Robbiate lasciando il suo posto a Vito Pazienza che nel frattempo era diventato cintura nera.
Col passare del tempo Giuseppe e Bruno non furono più in grado di assicurare la loro presenza, inoltre a Concorezzo mi si chiedeva di aprire dei corsi, perciò chiesi a Vito di assumere la direzione tecnica del CSKS di Monza in modo che io potessi spostarmi nelle palestre di Paderno d’Adda (che sostituì la sede di Robbiate) e Concorezzo, che divennero il CSKS Paderno e il New Center Concorezzo.

A Paderno d’Adda, su richiesta comunale, venne aperto un corso per bambini, che affidai a Silvano Ronzullo. Dopo sei mesi dei venti bambini che avevano iniziato non ne rimase uno, perché la palestra era troppo fredda. Il Comune di Verderio Superiore mi concesse allora l’uso del porticato al centro sportivo. Antonella Brivio, suo zio ed alcuni amici mi aiutarono ad eseguire i lavori che dovevano renderlo idoneo alla pratica del karate. Il tutto ci costò oltre un milione e mezzo di lire e dopo pochi mesi ci chiesero indietro il locale. Eravamo daccapo. Poi il dottor Gigliotti mi parlò di una villa con un seminterrato. Il seminterrato era pieno di macerie ma era anche grande a sufficienza per creare una palestra. Ne parlai con Piera che mi chiese: “Scusa, e che cosa ce ne facciamo della villa?” Le risposi: “Faremo fare karate ai bambini.” Mi diede del pazzo ma alla fine decidemmo di comprarla. A quel punto bisognava decidere un nome: scelsi Shotokan Ryu perché Shotokan è il nome del nostro stile e Ryu era inteso come “via”. La “via” del karate Shotokan. Fu Massimo (Massimo Scandella, istruttore, c.n. 5° dan) che tramite un amico grafico propose il logo che abbiamo tuttora.
Monza, Concorezzo e Paderno chiesero di potere adottare lo stesso nome scelto per Verderio. Manuela (Manuela Pancaro, istruttrice, pluricampionessa mondiale, europea e italiana di combattimento, c.n. 5° dan) dopo avermi affiancato per tre anni, cominciò ad insegnare a Merate dove poi vennero trasferiti anche i corsi di Paderno. Monza decise poi di gestirsi autonomamente e questo può essere considerato positivo perché è anche così che le cose vanno avanti. Attualmente siamo presenti a Merate, Concorezzo e Verderio Superiore. Il mio obiettivo è di dare a tutti la possibilità di fare karate. Un karate di uguale qualità ma di quantità diversa, perché è giusto che un bambino rimanga un bambino e che un adulto possa fare karate senza dovere gareggiare.

Perché per il suo insegnamento ha voluto creare proprio una scuola?
Lo scopo del karate è la crescita dell’individuo ed io ho sempre ritenuto importante dare un supporto ai praticanti che volessero seguirne i corsi: questa è la funzione della scuola. È la scuola che dà qualità a quello che viene fatto.
Se la scuola dà importanza all’esame anche gli allievi gliene daranno perché le cose hanno l’importanza che noi vogliamo riconoscere loro. Tramite la scuola, inoltre, si accede all’attività federale: alle gare, agli stage ed ai molti corsi formativi. Per una palestra sola, d’altronde, è difficile districarsi tra vincoli burocratici e spese mentre i diversi gruppi aderenti alla scuola possono suddividersi questi fardelli e usufruire di un unico servizio di segreteria. Come scuola, siamo stati fortunati perché abbiamo ottenuto grandi risultati tecnici con i nostri istruttori, ed agonistici con tutti gli atleti che hanno conquistato titoli nazionali, europei e mondiali. Vorrei ringraziare tutti gli istruttori che mi hanno seguito e continuano a seguirmi. Vorrei anche ricordare, in questa occasione i primi campioni italiani della scuola: Andrea Bersani e Antonio Frisone. Poi Laura Parolini, Gianmarco Citelli, Ilaria Rigoldi, Valentina Pozzi, Diego Lorini e molti altri che hanno ottenuto risultati di rilievo nazionale. Una menzione particolare rivolgerei a Manuele Farina e a Manuela Pancaro per i grandi successi conseguiti e soprattutto per l’esempio che continuano a dare ai giovani atleti emergenti. I molti che hanno frequentato la nostra scuola anche per poco tempo, lo hanno fatto in un ambiente corretto. Per potere spiegare a tutti gli altri cosa sia il nostro karate vorrei realizzare un libro ed una cassetta didattica sul karate Shotokan, che io considero lo stile più difficile pure se appare il più semplice e privo di coreografie. Per questi stessi motivi viene pubblicato questo giornalino, che consente agli istruttori di prepararsi meglio redigendone gli articoli. Tutto questo è scuola.

Qual è lo scopo del “Trofeo dell’Amicizia”, la gara sociale della Shotokan Ryu?
Dare la possibilità ai ragazzi di fare le prime esperienze competitive senza dovere uscire dalla scuola. Andare a Roma per una gara e tornare senza risultati è deprimente e magari la prossima gara è tra un anno e magari la si perderà ancora. Un torneo come il nostro, diviso per età e per cinture, dà la possibilità a tutti di accedere alla gara in tranquillità, abitua i ragazzi a vincere, a perdere ed a provare quelle emozione che accompagnano i giovani durante le competizioni: così si formano i futuri atleti. Se si riesce a continuare e a migliorare, dopo tre o quattro anni di gare “in casa” si saranno già fatte delle scelte, perché per ottenere un qualunque risultato bisogna superare delle tappe e, nel karate, queste possono durare anni. Manuela e Manuele, per esempio, hanno passato oltre dieci anni prima di ottenere i risultati che li hanno resi famosi, perciò il Trofeo dell’Amicizia ha lo scopo di creare le basi per chi fa del karate uno strumento di crescita personale.

Perché per la sua scuola ha voluto questa pubblicazione annuale, giunta alla nona edizione?
Già nel 1981 preparai una pubblicazione simile da solo. Adesso, come allora, il giornalino ha il compito di farci conoscere, di presentare il resoconto di quanto si è fatto nel corso dell’anno. Una palestra a Verderio, che nel 1978 contava poco più di un migliaio di abitanti ed ora ne conta duemila, non ha un grande bacino d’utenza. Inoltre, a differenza del calcio che occupa grande spazio sui giornali a prescindere dalla qualità dei risultati, il karate non è per niente considerato se non in corrispondenza a grandi successi agonistici. Ringrazio perciò tutti i giornali locali e soprattutto “Il giornale di Merate” che ci ha sempre seguiti senza chiedere nulla in cambio: è stato utile alla diffusione del nostro sport. Mi ricordo che negli anni ’70 venivano i genitori dicendo: “Mio figlio le prende da tutti. Gli insegni a menare le mani”.
Questa idea del karate era completamente sbagliata ed io desideravo dare l’immagine corretta, quella del vero karate, che non è fatto di sole parole perché la pratica rimane dura ma che non significa rissa bensì crescita. Nella FIKTA parimenti, i maestri hanno avuto il coraggio di resistere, di rimanere fedeli a questa etica nonostante tutte le bufere politiche, i cambiamenti e le seduzioni di ogni tipo.
È un po’ come scalare una montagna: magari ci si arrampica fino ad un certo punto poi ci si stanca, ci si siede, si mangia, si beve e ci si ferma a parlare. Invece bisogna proseguire. Bisogna continuare a sudare in palestra, soprattutto quando l’età avanza. Rimanere in questa Federazione con il maestro Shirai vuole dire non fare un karate di parole ma di esempio, vuole dire non sedersi se non dopo un buon allenamento. Questo è ancora più vero per gli istruttori che devono per primi mettere la divisa e stare davanti agli altri: è il primo insegnamento che possano dare agli allievi.

Come concilia gli impegni familiari e di lavoro con l’attività di maestro di karate?
È stata Piera che ha dovuto conciliare con me e con i miei impegni, non io. È lei che alla fine ha accettato tutto. Sono sempre andato dritto per la mia strada e sinceramente non mi sono mai fermato troppo a guardare chi mi stesse a fianco, anche perché mi seguiva. Se non ci fosse stata Piera probabilmente non sarei arrivato dove sono. Magari non me ne rendevo conto ogni singola volta ma il karategi era sempre stirato e quando si andava via tutto era sempre tutto pronto. Io mi occupo della parte didattica del karate ma di ciò che vi ruota attorno si è sempre interessata Piera. A volte discute, ed ha ragione, ma la mia indole è quella di dimenticare la fatica e di continuare perché non ho mai avuto dubbi sul fare karate. Per certe cose aspetto perché da solo non riesco a seguire tutto. Aspetto che qualcuno abbia le mie stesse idee per realizzarle assieme.

Quali sono i suoi obiettivi per il futuro?
Il mio primo obiettivo è di riuscire a mantenere viva la scuola perché le difficoltà sono molte e ci sono seri dubbi di riuscire a conservare quello che si è fatto sinora. Poi ci sono le gare a tutti i livelli, la realizzazione di una videocassetta sul karate, il libro didattico ed il giornalino. Desidererei anche organizzare cose più ludiche, come ad esempio una vacanza in montagna abbinata ad uno stage. Infine vorrei dare la possibilità a tutti i tecnici di partecipare anche economicamente alla gestione della Shotokan Ryu, come è già stato fatto per la palestra di Merate. Non ho altre pretese.

Cos’è il ”Do” per lei?
Sapete già che significa “via”. Diverse persone scelgono diverse vie. C’è chi trova la “via” nella filatelia, chi diventa religioso, chi diventa attore oppure artista. La “via” è un modo per crescere. Se si pratica karate senza questa idea si cade nella rissa. Qualcuno avrà sperimentato su di sé un pugno forte e la voglia di piangere, una frase dura e la voglia di smettere: chi concepisce il karate come una “via”, con quel pugno e con quella frase cresce. Ricordo che il maestro Shirai durante un allenamento mi colpì con un calcio e mi fece cadere un dente. Lui si preoccupò, io no. Dissi: “Maestro, se avessi fatto tennis avrei potuto prendere una racchettata invece faccio karate e ho preso un calcio”. Il dente l’ho risistemato ma mi è rimasto in mente questo: avrei potuto arrabbiarmi e non l’ho fatto, non perché sia bravo ma perché nel contesto del karate non ha senso recriminare. Non si piange, neppure quando le lacrime scorrono da sole. Così si segue la via del karate e ci si migliora. Tirare un pugno o un calcio, a certi livelli, non dà più soddisfazione. Tirare quel pugno e quel calcio per migliorarsi dà grande soddisfazione, anche se si fa una grande fatica o forse proprio per questo.

Cos’è la sincerità nel “Do”?
Per chi segue la “via”, la sincerità è fare le cose che si dicono. Significa guardarsi allo specchio e dire sono sporco se sono sporco e non dire sono pulito quando sono sporco. Significa fare il proprio dovere per ottenere un risultato, avere il coraggio di dirselo e non cercare scuse. È facile apparire sinceri davanti agli altri, è più difficile esserlo dinnanzi a se stessi. La sincerità nella “via” è proprio questo: riuscire ad essere sinceri con se stessi.

Quali difficoltà si affrontano percorrendo la “via” del karate?
La difficoltà più grande sta nel rendere la “via” la cosa più importante. Alcuni maestri si allenano il mercoledì alle sei del mattino con il maestro Shirai, nella palestra di piazzale Cuoco. Arriviamo tutti verso le cinque e trenta perché bisogna essere in palestra prima del maestro; chi arriva dopo non ha capito una cosa fondamentale della relazione che esiste tra maestro e allievo. Certo, può essere duro svegliarsi così presto e, dopo l’allenamento, avere ancora davanti una giornata di lavoro. È stato duro frequentare quelle lezioni senza neppure potersi allenare quando, dopo l’incidente, mi faceva male persino camminare e non riuscivo neppure a guidare la macchina. Una persona fuori dalla nostra prospettiva avrebbe detto che ero pazzo. Spesso, però, le scelte riguardano situazioni del tutto normali della nostra vita: vorrei andare ballare ma c’è uno stage. Devo andare allo stage se percorrere la “via” è il mio obiettivo. Non bisogna esagerare, certo, ma bisogna sapere cosa occorre fare per seguire il “do”. Vorrei portare degli esempi: molti di noi sono sposati. Alcuni dei nostri tecnici, come Massimo, Oscar
 e Giulio ((Scandella Massimo c.n. 6° dan, Oscar Cattaneo,  c.n. 5° dan e Piergiulio Riva, istruttore, c.n. 5° dan) hanno dei figli. È tutto molto importante ma la “via” non deve venire meno. Massimo ha perso delle lezioni ma dentro di sé, mentre sta a casa con le figlie, può sempre percorrere quella “via”: può cullare le figlie e fare il kata mentalmente e quando tornerà in palestra la sua voglia sarà maggiore. Un maestro si accorge di queste cose e si accorge anche degli alibi che si prendono per non affrontare le difficoltà. In realtà esiste una sola “via”, che è diritta ed andrebbe seguita. La vita può farci deviare ma se alla fine ci si ritrova in carreggiata si saprà di aver seguito la giusta direzione.

Secondo lei cos’è la forza interna e come si manifesta?
L’energia interna consiste nel riuscire a concentrare la forza e a trasmetterla senza passaggi intermedi all’impatto. Riuscire a trasmettere la forza attraverso la parte interna del corpo, il cui centro è posto dietro l’ombelico, facendola passare direttamente alla mano, all’esterno di essa e non dalla spalla. Per capire quanto ho detto bisogna avere già sperimentato la propria forza interiore: come si fa? Si fa!
Alcuni dei miei allievi cominciano a intravedere… altri l’hanno già sperimentata qualche volta. Per raggiungere la forza interiore sono tante le componenti che occorre padroneggiare, quelle stesse che fanno il grado: la posizione, l’uso dei fianchi, la rotazione dei polsi, delle mani, lo sguardo, la respirazione, la concentrazione, la rilassatezza che precede l’esplosione, la perpendicolarità e la razionalità. Tutti questi fattori devono esprimersi proprio al momento dell’impatto e solo in quel momento. L’energia interna applicata alla tecnica è massima potenza espressa nel minor tempo. Ecco perché ci vuole tempo per ottenere i gradi e perché sono contrario a quelli vinti in gara, che in questa prospettiva non hanno senso dal momento che si può vincere il Campionato Italiano anche senza sapere cosa sia l’energia interna. Non ho niente contro le gare ma per valutare questo genere di capacità trovo che l’esame sia la prova più adatta.

Quali sono le qualità di un maestro?
Quella di non arrabbiarsi mai e purtroppo non è proprio il mio forte… Per essere un bravo maestro bisogna mettere in pratica quanto ci si è prefissi. Se si compie tutto quello di cui abbiamo già parlato si è bravi, si hanno delle qualità; altrimenti bisogna cercare sino a che non si riesce. Il maestro deve rimanere amico di tutti restandone allo stesso tempo nemico.
Non è facile dire a un altro cosa fare. Se l’allievo non capisce quale sia il compito di un maestro, tutto si riduce ad uno scambio commerciale, un dare-avere che nel karate è la cosa peggiore che esista. Il karate inteso come “via” è solo dare. Avere è naturale: se mi alleno per migliorare è naturale che alla fine riesca anche a vincere la gara. Chi invece si allena solo per vincere la gara è difficile che la vinca e seppure dovesse riuscirci non avrà trovato la “via” del karate.

Quali sono le qualità di un allievo?
La prima e penso l’unica è che l’allievo sappia di essere tale. Allora ha tutte le qualità, perché non gli si dovrà dire niente più del necessario: sarà lui ad informarsi di tutto; non avrà bisogno che si insista, aiuterà il maestro, non dovrà venire corretto dieci volte. Farà l’allievo e perseguirà il suo obiettivo: imparare.

Ha mai avuto bisogno del karate per difendersi?
Come no. Quante volte mi avete aggredito in palestra, durante il combattimento? Intendevamo fuori. Potrei anche raccontare degli episodi ma a cosa servirebbe? Però prendete per buono quello che vi dico, perché lo è: chi sa fare veramente karate è forte sul serio. Non ha problemi. In un’occasione, c’era anche Piera, tutto è durato pochi secondi. In un’altra meno ancora. Ecco tutto.

Lei ha avuto un incidente piuttosto grave e ha affermato di essersi salvato grazie al karate. Ci può spiegare a cosa si riferisse?
Mi chiedo ancora come sia stato possibile girare una moto di quel peso in una frazione di secondo e in uno spazio così breve. Mi è venuto spontaneo reagire subito e nel migliore dei modi e questo mi ha salvato la vita. La moto l’ho girata, ottenendo così un’impatto laterale piuttosto che frontale, sono volato via, ho rotto braccio e gamba ma non ho battuto la testa. Ancora adesso non riesco a capire come sia riuscito a fare quello che ho fatto. Penso che l’immediatezza della decisione sia dovuta al karate, all’allenamento del riflesso e della determinazione.

Cos’hanno cambiato nel suo karate le conseguenze di questo incidente?
Parecchio. Prima dell’incidente stavo preparando un kata di cento tecniche che ho chiamato sentei-hoyo perché miscela brani dei kata di scuola. Mi meravigliavo perché riuscivo ad eseguire con potenza un esercizio lungo quattro volte gli altri kata senza sentirmi affaticato. Mi rendevo conto di usare in modo nuovo la forza interna. Prima di parlarne, nelle lezioni, volevo però completare questa esperienza.
L’incidente ha frenato i miei programmi. Da un mese sto cercando di ritrovare quella strada ma il non potere eseguire perfettamente le tecniche, le posizioni e gli spostamenti mi impedisce di rivivere quelle sensazioni, anche se so di esserci vicino. Non sono stanco, sono addolorato e sto aspettando di uscire da questa situazione. L’incidente mi ha interrotto in un’età in cui non è facile ricominciare senza conseguenze. Devo avere pazienza e sapere aspettare.

Quale consiglio vuole dare agli allievi della Shotokan Ryu?
Di essere "allievi".


*****

Un’intervista termina. Ciò che non finisce, invece, è un rapporto proprio dell’arte marziale: quello tra il maestro ed i suoi allievi.
Nulla di idilliaco né di terribile ma qualcosa di veramente fondamentale nell’esperienza di chi lo vive e di inafferrabile per chi ne è escluso.
Il maestro Colombo è uno di quegli uomini che non possono lasciare indifferenti.
È possibile non condividerne le opinioni ma non la rettitudine che lo contraddistingue.
Si possono ignorare le sue motivazioni ma non la serietà delle sue intenzioni. Per gli allievi che lo seguono è lo stimolo continuo, lo strumento per conoscersi e migliorarsi: la guida per la “via” del karate. OSS.


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