ASSOCIAZIONE SPORTIVA DILETTANTISTICA di:
Verderio (LC) - Merate (LC) - Concorezzo (MB)

Intervista a Piera Motta

Piera, quando hai iniziato? Facci un riassunto della tua storia di karateka.

La data precisa non me la ricordo, ma mi ricordo bene il giorno in cui abbiamo iniziato. Io e Severino eravamo fidanzati, una sera tornato dal lavoro mi dice: ”Piera, io vado a fare karate”. Ho risposto: “Vengo anche io”. Avevo 19 anni.

A 21 anni, una settimana prima del matrimonio, io e Severino abbiamo fatto l’esame per la cintura nera.

Successivamente ho fatto il corso istruttori a Bergamo all’EuroSchool. L’esame durava almeno 4 giorni, a me è venuto un momento di crisi e sono tornata a casa: ero una ragazza molto fragile. Tutte queste ore di teoria, di allenamenti molto intensi, mi hanno spaventata! Ho riprovato più avanti e ho superato l'esame a Roma.

 

In famiglia cosa ti dicevano?

Parlo di più di 40 anni fa! Andavo al lavoro e avevo i lividi sulle braccia per gli allenamenti, li nascondevo con le maniche lunghe, mi vergognavo. All’epoca non tutti capivano il karate, si pensava ad uno sport violento, da uomini. Invece a me piaceva, il karate mi ha dato tanta sicurezza perchè ero una persona molto timida, per ogni minimo problema mi venivano le lacrime agli occhi, praticarlo mi ha rafforzato.

 

Hai mai fatto gare?

Ho partecipato a qualche gara. Mi ricordo un'occasione in particolare, dove eravamo solo 4 o 5 ragazze e io ero la sola cintura marrone. Finita la gara mi sono messa a piangere, non perché ho perso la gara (sono arrivata quarta) ma per l’emozione. Mi ricordo che il M°Shirai mi ha detto “bene, bene: è arrivata quarta ma ha fatto molto bene” e queste sue parole mi hanno rincuorata molto.

 

Quando siamo agli allenamenti tu ci incoraggi e ci correggi sempre. Cos'è per te insegnare?

Una volta c’era questo concetto di “fare, fare, fare…” che era il metodo didattico dell’epoca, quando il karate non si rivolgeva ancora a bambini e donne. Adesso i tempi sono cambiati, è cambiata la società, la didattica è migliorata ma soprattuto il karate si è aperto a tutti, diventando una vera arte di miglioramento. Per questo non mi considero solo una maestra di karate, ma soprattutto con i bambini, mi sento “mamma”, e cerco di dargli il meglio di me. E' come se fossero tutti miei, che siano o meno miei allievi. 

Quando vedo un bambino che ha difficoltà e riesco ad aiutarlo, quando ti abbraccia, mi sento di far parte della famiglia. 

Alleno con tanta passione, cerco sempre di trovare il modo di aiutare tutti, tenere a bada quelli che disturbano, inventare cose nuove per non annoiarli e di creare allegria.

I bambini vanno presi per mano ed accompagnati, e per poterlo fare bisogna trovare la chiave giusta, adatta ad ognuno di loro per aiutarli nell’allenamento e anche a superare le loro difficoltà.

Ho visto tanti ragazzi crescere nella palestra, hanno poi avuto una carriera nel lavoro, nella famiglia, il karate ha dato molto a tanti. 

E' successo che alcuni ragazzi non vincessero le gare e i genitori non volessero più farli proseguire; ma sono andati avanti comunque e il karate li ha aiutati nella vita: la medaglia è una soddisfazione immediata ma poi rimane un oggetto appeso mentre la crescita interiore è una soddisfazione più grande, una vittoria tua che trasmetti agli altri.

Quando io e Severino incontriamo ragazzi ormai adulti che venivano a karate da noi da bambini, hanno sempre un buon ricordo.

 

Come ci si sente ad essere la Moglie del Maestro Colombo?

Essere la moglie del M° Colombo tante volte è dura. Vediamo le cose in una maniera diversa, capita che litighiamo, che ci arrabbiamo. Il M° nel karate è perfetto ma fuori dal karate… ma anche se discutiamo, dopo cinque minuti è tutto passato, arriva subito l’arcobaleno, non riesco a rimanere arrabbiata e neanche lui. E’ anche questo che ci lega. 

E’ bellissimo fare un percorso di vita assieme come il nostro nel karate: è importante quando un genitore inizia a fare karate con il figlio, o il marito con la moglie, perché ci sono tante cose da condividere.

Ad esempio, quando Severino andava ad arbitrare in tutta Italia, io spesso sono rimasta a casa da sola. Condividendo questo sport abbiamo saputo sopportare, ho potuto capire le sue necessità e accettare questi vuoti.

 

Per organizzare le tue lezioni chiedi consiglio al Maestro? 

Io non programmo mai con Severino. Quando faccio lezione con lui accetto i consigli ma non mi dice mai come devo insegnare. Però mi capita spesso di dire qualcosa nella mia ora di lezione, e magari l’ora dopo Severino nella sua lezione trasmette la stessa cosa, ma vi giuro che mai ci siamo messi d’accordo. E’ come se facessimo un dialogo senza parlare, dentro di noi, c’è qualcosa di molto forte. Abbiamo più feeling nel karate che nella vita privata!

 

Non ho mai visto una volta dove tu non eri sorridente. Dove la trovi questa energia? Tutti hanno una giornata “NO”!

Se mi succede qualcosa, mi passa appena entro in palestra. Non voglio trasmettere i miei problemi agli altri. Anzi, sono proprio gli allievi che mi danno la serenità che mi permette di far passare l’arrabbiatura. Questa è una cosa bella: quando insegno io sono contenta, vedere i miei allievi mi rende felice. 

Mi demoralizzo invece quando sento dei dolori e non riesco a fare quello che vorrei. Ma cerco sempre di reagire, perchè quando una persona si commisera è finita. Il karate ti da la forza anche per superare prove difficili come una malattia. Quando uno cade deve rialzarsi, è la filosofia di questo sport.


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